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| raffigurazione di un gatto in una dispensa (fine II secolo a.C.), particolare proveniente dalla Casa del fauno di Pompei e oggi al Museo Archeologico nazionale di Napoli. |
Mi ha molto colpito un articolo molto interessante realizzato da Fabrizio Pesando in ArteDossier, diretto da Philippe Daverio, dal titolo “più vera del vero”. E’ un articolo nel quale si parla delle rappresentazioni parietali raffiguranti elementi di natura morta che trovano collocazione negli affreschi e nei mosaici provenienti da siti vesuviani.
Vitruvio, lo scrittore romano del I secolo a.C., parlando del lusso esibito nelle regge e nelle più raffinate dimore del periodo alessandrino, dietro al quale si cela la sensibilità tutta greca per le piccole cose quotidiane, dice che «Quando i greci erano più raffinati e ricchi preparavano per gli ospiti triclini, cubicoli e dispense di cibo e il primo giorno li invitavano a cena, dopodiché mandavano polli, frutta e tutti gli altri prodotti della terra.
Cosi i pittori che imitavano quelle cose che vi mandano agli ospiti le chiamavano “xenia”». Il campione più consistente di queste nature morte proviene dalle case pompeiane. Le immagini erano spesso inserite all’intorno della decorazione parietale che imitava sontuose architetture o accanto ad ampi pannelli decorati da quadri d’ispirazione o imitazione classica. La serie più raffinata di xenia è stata rinvenuta nella Casa dei cervi di Ercolano, una specie di villa urbana affacciata sul golfo di Napoli e probabilmente appartenuta alla ricca famiglia dei Granii. Quello che colpisce è la capacità tecnica del “pictor” che riesce a ‘imprigionare’ la trasparenza dell’idria di vetro contenente l’acqua, il cromatismo nella resa della frutta disposta casualmente sulle mensole o sistemata con cura entro un piatto da portata, la resa calligrafica dei soggetti rappresentati, così come appare significativo il contesto architettonico in cui erano inseriti. I quadretti suggerivano agli ospiti la sontuosità e la ricercatezza dei banchetti a cui avrebbero di lì a poco partecipato, evocando simbolicamente anche la generosità del padrone nei confronti sia degli amici omaggiati, al termine del convivio, con i ‘doni da portare via’ sia dei “clientes” ai quali era destinata quotidianamente la “sportula”, ossia il cestino ricolmo di viveri. Anche nella Casa del fauno di Pompei ci si può meravigliare dinanzi a un mosaico, oggi conservato presso il Museo archeologico nazionale di Napoli, che raffigura un gatto in una dispensa alle prese con pesci, fringuelli e anatre del Nilo le cui zampe sono legate da visibili legacci. L’interpretazione della scena, apparentemente molto adatta a una stanza destinata a conservare il “servizio buono” della casa, si fa però più complesso se si pensa a versioni più antiche di natura morta: quest’ultime ci permettono di caricare le immagini fin qui descritte anche di una forte valenza simbolica o rituale ossia la vita imprigionata, come l’anima di coloro che non si curano del divino che ognuno porta con se.
L’articolo, credetemi, mostra spunti davvero interessanti e ne consiglio vivamente la lettura a quanti ne fossero interessati all’approfondimento.
Se questi argomenti vi hanno interessato, stupito, entusiasmato come è avvenuto per me forse dobbiamo anche valutare che ogni analisi storica, ogni studio, ogni ricerca diventa possibile grazie all’enorme quantità di tesori che il nostro paese conserva. Le testimonianze di cui abbiamo fin qui parlato riguardano, infatti, siti archeologici famosi nel mondo ma anche, allo stato attuale, notevolmente bistrattati. Uno fra tutti Pompei che non conosceva giorni tanto bui quanto, quelli attuali. Il sito racchiude, infatti, un immenso patrimonio che si sta sgretolando giorno per giorno sotto i nostri occhi, patrimonio sigillato in quel fatidico 79 d.C., anno dell’eruzione vesuviana. Al di là della strage provocata, infatti, il sito ha restituito un assetto urbano e sociale, così straordinariamente integro nei particolari fornendoci un prezioso tesoro di arte e cultura nel quale riconoscere le nostre radici.
Bene, cosa mi auguro per quest’anno che sta per iniziare? Una grande consapevolezza da parte di tutti noi dell’enorme tesoro culturale, storico e artistico che le generazioni passate ci hanno tramandato e che abbiamo il diritto/ dovere di tramandare a quelle future.
“Ardenti corron le lave a fiumi/ le mura crollano/ l’are dei numi:/ a noi l’estremo fato sovrasta/ voragin vasta Pompei si fa/ nel mar rifugio trovar potremo/ al mar…la patria a noi verrà.”
(ultimo atto del dramma Jone di Giovanni Peruzzini, 1858, ispirato al più famoso romanzo di Edward Bulwer-Lytton, Gli ultimi giorni di Pompei).
Con questa riflessione vi auguro...buon 2011!

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