sabato 25 agosto 2012

25 Agosto...la notte del ragno che danza...



Notte della Taranta. Note critiche.
 
Petra subbia petra, alla parite
(Pietra su pietra – poco alla volta – si edifica un muro) ;
L’acqua a ‘llu frabbecu, e lu mieru allu fabbricatore
(L’acqua – va bene, serve – all’edificio, e il vino al muratore) ;
Se voi cu ssai le pene de lu nfiernu, fanne ‘nnu mese a mienzu de trappitu : la prima notte  nei perdi lu sennu, l’addhe perdi lu sonnu e ll’apititu
(se vuoi conoscere le pene dell’inferno, fai un mese e mezzo di frantoio : la prima volta perdi il sonno, la seconda perdi il sonno e l’appetito).





Diversi anni fa ebbi la fortuna, anche se al momento non l’apprezzai molto, di poter vivere un’esperienza arricchente e stimolante insieme a un gruppo di ragazzi che come me avevano vinto un master; si trattava di uno stage di 15 gg. a Melpignano, un piccolissimo paese del Salento coinvolto, ci dissero, in un grande progetto: “Il recupero della cultura grìca” (n.d.r ovviamente non sapevamo neppure cosa fosse…).

Tuttavia, dopo lo sbigottimento iniziale derivato dal trovarsi in una terra abbandonata da “Dio e pure dagli uomini” immersi in ampi spazi dove la presenza umana era come evanescente, timida direi quasi fantasma, nei confronti della natura che si mostrava ovunque padrona del territorio, ricordo che quello che più mi colpì molto fu la luce accecante del mezzogiorno riflessa su quelle pietre bianche di cui erano ricoperte le case; una luce che rimbalzava su strade deserte, tremula e calda, nell’ampio spiazzo del convento degli Agostiniani (luogo in cui si realizza l’evento). La luce e le pietre, un connubio, felice e raro allo stesso tempo, che costituisce uno degli elementi di rarità di Melpignano e che la collocano in quella insularità che contraddistingue poche cittadine, dove la natura prende il sopravvento e copre come un’aurea il paese che appare notevolmente condizionato da questa atmosfera lenta e cadenzata.

La natura penetra nelle cose così come nello spirito della gente rendendola immediata, genuina, spontanea ma al tempo stesso arcaica, testimone di un grande passato e il tempo che scorre piatto e lento in questa piccola città di provincia, permette di meglio carpirne le sfumature. Le atmosfere magiche di Melpignano si evidenziano nella PRESENZA/ASSENZA che si palpa tra le insegne dei portali e le iscrizioni degli architravi. La presenza di iscrizioni bilingue (greche e latine), umanizzavano, infatti, in questo deserto estivo che mi accoglieva, quei semplici muri che divenivano elemento catalizzante, destinato a una prima forma di comunicazione non intimidatoria ma colloquiale.

La forza di questi elementi sembrava avvolgermi: era come essere attraversati da mille linee che scorrevano veloci, accordando il limitato con l’illimitato. Tuttavia anche se le incisioni nella duttile pietra erano, apparentemente, l’unico elemento colloquiale e nessun ‘anima’ per la strada visibile, tranne qualche cane randagio qua e là, ravvisammo, nel momento in cui qualcuno del mio gruppo si mostrava bisognoso di aiuto per le indagini che stavamo facendo in loco, la disponibilità della gente che apriva le case a noi ‘stranieri’ senza reticenza né timore.

La possibilità di ottenere disponibilità e cordialità gratuita, ci permise di stabilire un rapporto immediato che si realizza solo con persone che si conoscono da tempo. 
Un’altra caratteristica principe di questa città – natura era ed è quella della paesisticità che si coglie nella categoria della città – paesaggio che fa di Melpignano un’oasi nel deserto, dove ciò che emerge, prepotente più che mai, è il suo sistema – villaggio, elemento forte che determina coesione tra i suoi abitanti, i quali vivono attivamente la città e partecipano a tutte le sue attività, che vanno dalla gestione degli eventi come il Festival di Melpignano e la Notte della Taranta, al mantenimento, come nel caso della realizzazione di un mutuo cittadino che le ha permesso di rimanere all’interno dell’unione dei comuni della Grecìa.

Il ritmo lento che caratterizza Melpignano, infatti, se potrebbe essere sinonimo di un paese dalla vita piatta e monotona, consente invece di lavorare al meglio soprattutto per ciò che concerne la promozione della cultura in armonia con il territorio, come è avvenuto per il recupero del griko, (una lingua che rischiava di morire) e per la musica, elementi che sottolineano l’appartenenza e la coesistenzialità della città – scrigno.
Per questi aspetti Melpignano è davvero un paese originale, i cui caratteri non sono visibili in altri paesi di provincia.
Tuttavia analizzando il fenomeno della Notte della Taranta lo trovo alquanto ardito per un piccolo paese di circa 2000 abitanti come questo. Certo l’obiettivo dell’evento è stato quello di fare della  Pizzica uno strumento che da elemento simbolo di una cultura subalterna ed arcaica, sinonimo di marginalità sociale e di sofferenza ha rappresentato uno strumento di riscatto sociale ed economico, propulsore di sviluppo attraverso strategie politiche e culturali che hanno contribuito a renderla una realtà di grande attrazione per flussi sempre più consistenti di turismo.

La cultura popolare e i suoni di questa gente sono stati offerti al mondo come strumento di contatto e di scambio culturale condividendone l’identità. 
L’analisi del fenomeno e del luogo in cui esso si realizza però mi ha mi ha permesso, sentendo anche il parere di Antonio Princigalli, produttore musicale nonchè consulente artistico del comune di Melpignano, di riflettere sulla eventualità che il fenomeno imploda per una serie di fattori. 

1)      I beni culturali di Melpignano sono in parte resi noti attraverso una serie di opuscoletti tematici, realizzati dall’unione dei comuni della Grecìa, di cui fa parte. L’inesistenza di Infopoint, APT, Pro - loco, all’interno di Melpignano fa sì che questo materiale informativo possa essere recuperato dal turista solo recandosi al comune. Inoltre, non tutti i beni sono sapientemente rappresentati: solo i più importanti, proprio perché i diversi opuscoli condensano le notizie appartenenti a più paesi che costituiscono l’unione, riducendone le stesse. 

2)      La visione ravvicinata dei beni mi ha permesso di valutare il loro fatiscente stato di conservazione e la necessità di un urgente intervento di restauro condizione alquanto diversa da quanto evidenziato nel materiale informativo. Lì dove il comune si è interessato alla salvaguardia dei monumenti, come è avvenuto per il palazzo baronale, l’intervento operato dall’azienda appaltatrice è stato disastroso. L’eccessiva lentezza con la quale procedono i lavori, lo stato d’abbandono degli stessi, delude il visitatore che, come già sottolineato, dopo una lettura approfondita del materiale pubblicitario spera di trovarsi ad opere di tutt’altro genere. 

3)      La presenza di numerose case a corte, abbandonate e in stato di fatiscenza, che se restaurate possono offrire un luogo per ospitare i turisti dell’evento.

4)      La musica di oggi non è quella di ieri tanto è vero che per lunghi anni c’è stata una polemica su chi voleva preservarla così com’era (puristi) e chi invece sentiva l’esigenza di una trasformazione attraverso contaminazioni (polemica ancora in atto). Certo è, che non ci chiediamo mai come la pensano i veri protagonisti della taranta: gli anziani. “Questa memoria schizofrenica, che poggia le basi su una scarsa conoscenza del fenomeno, cerca oggi legittimazione. Una sofferenza che si trasforma in una legittimazione alla ‘perdizione mentale’”. ( Vincenzo Santoro, operatore culturale di Melpignano). 
      Se da un lato il folk – revival ha permesso di fare ricerche ed allargare la conoscenza del fenomeno taranta e pizzica, dall’altro si corre il grave rischio di valorizzare distruggendo quindi si potrebbe valorizzare senza avere accanto a una politica di valorizzazione destinata a vendere. Bisognerebbe cercare la strada migliore per preservare la memoria attraverso, ad esempio, la creazione di un archivio, un luogo aperto a tutti dove sia possibile trovare registrazioni audio e riproduzioni video che testimoniano ciò che rimane dell’antica taranta.

5)      L’azione culturale, che ha nella Notte della Taranta il suo massimo punto di espressione, si muove su elementi che si concretizzano non solo nella valorizzazione di un bene, come quello dell’ex – convento degli agostiniani, ma anche nella partecipazione diretta della gente di Melpignano nella gestione dell’evento. E’ per questo evento che il comune investe notevolmente attraverso una massiccia azione pubblicitaria che si concretizza attraverso la realizzazione di più di 1000 manifesti, brochure, spot pubblicitari e testate giornalistiche. Il comune di Melpignano ha un bilancio pari a poco più di un paio di miliardi. Tenendo conto che il fenomeno si è molto allargato rispetto all’86, quando tutto è iniziato, e ha necessitato di molti più fondi (un conto era ospitare i Litfiba all’inizio della loro carriera, un conto è ospitarli ora) c’è secondo me da preoccuparsi.
      Il rischio maggiore è quello di produrre una frattura tra quello che accade (l’evento) e quello che invece riguarda le esigenze del paese. Questo luogo, infatti, non è attrezzato per promuovere, oggi come oggi, un evento di questo genere (potrebbe rischiare di non reggere più!!!) soprattutto se si tiene conto che ultimamente nella gestione della serata conclusiva della Notte della Taranta, un fiume di personaggi vogliono essere protagonisti della gestione. Questo costituisce un grave limite per questo paese, e dà il via a uno sviluppo incontrollabile. Ognuno prende e lascia quello che può alla men peggio; si pensi all’accoglienza primitiva presente da Melpignano a Santa Cesaria: non c’è un albergo, il più vicino è a Maglie. Se prima tutto funzionava secondo quanto afferma Princigalli, perché l’organizzazione era meno frenetica, oggi non è più così…


Per noi bernaldesi l’esempio è molto vicino. Se pensiamo alla festa patronale infatti, in passato essa era il momento in cui cantanti famosi le facevano da contorno e costituivano gli attrattori per richiamare un mare di gente dai paesi limitrofi ma con il passare del tempo i costi sempre più esosi di reclutamento cantanti e quelli organizzativi hanno dato vita a un progressivo abbandono per quanto concerne questo aspetto e ad un immiserimento degli attrattori stessi.
Per cui penso che sia il caso di monitorare l’evento e di ridimensionarlo un po’.

Una soluzione sarebbe quella di cercare di creare un PAESE – PALCO come sottolineava il produttore. Il Melpignano Festival, ad esempio, potrebbe durare 365 gg. poiché il paese, ricco di risorse, avrebbe l’opportunità di realizzarle durante tutto questo arco di tempo. Ecco che il paese potrebbe aprire le porte e chiuderle creando eventi nei diversi quartieri in modo sincrono (mostre, Guccini che declama una poesia, etc…) un po’ come ha cercato di fare Bernalda con il suo magnifico esperimento del jazz festival realizzato da Attilio Troiano nel periodo estivo. Il tutto per valorizzare tutto quello che Melpignano è capace di dare, come ho avuto modo di raccontare, nei giorni di pace…

Pertanto acquisire maggior consapevolezza circa le possibilità di sfruttare in termini economici il bene “cultura” attraverso qualche miglioramento progressivo nei servizi e nella tenuta urbanistica e farlo con cautela senza strafare è il modo migliore e seriamente auspicabile alla nostra realtà culturale.



G. C. Madio
Questo testo è distribuito sotto licenza CC BY-NC-SA



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